MARIO

Ci hanno chiamato alle nove di sera, un ragazzo di ventitré anni si è chiuso in casa e non risponde ai continui richiami dei familiari. Il ragazzo è psicologicamente instabile e bisogna fare attenzione a non spaventarlo.

Io di anni ne ho ventidue e sono sei mesi che faccio questo mestiere.

Arriviamo sul luogo e contemporaneamente a noi anche l’autoambulanza e la polizia. Il caso è delicato.

La prima cosa da fare è cercare di entrare in casa. Non sappiamo se il ragazzo sta bene. La sorella ci dice che sono due ore che provano a chiamarlo. E’ visibilmente scossa. I genitori, solitamente in casa con il ragazzo erano a cena da lei. Lui non era voluto andare e aveva preferito rimanere a casa. Il giorno dopo doveva essere ricoverato e non voleva vedere nessuno. Non risponde al telefono di casa, al citofono e non risponde al campanello. La sorella ha le chiavi ma lui dopo aver chiuso non le ha tolte dalla toppa. “Ho suonato tante volte”, “Siamo preoccupati”.

Il capo squadra ci dice che dobbiamo provare a entrare dalla finestra ma quella che da sulla strada ha la tapparella abbassata. I vigili più anziani si consultano con la polizia e con il medico. Sollevare la tapparella e rompere i vetri della finestra, può essere pericoloso. Non sappiamo dove sia il ragazzo e forse è meglio entrare dal balcone che da sul cortile interno.

Mi sono capitati altri casi da quando faccio questo mestiere ma salvare un ragazzo poco più grande di me è la prima volta. Più volte mi è capitato di salvare dei gatti. Una volta un grosso gatto di casa era uscito sul balcone ed era salito in cima ad un palo della linea telefonica non riuscendo più a scendere.

Abbiamo salvato un vecchietto sordo al campanello suonato all’infinito dalla badante che aveva dimenticato le chiavi e abitava dall’altra parte della città.

Il caso del ragazzo preoccupa tutti. Il capo squadra ci avvisa di fare molta attenzione e usare molta cautela e di non dimenticare di chiamare il ragazzo per nome. Si chiama Mario.

Entriamo dal cortile in retromarcia. Molti condomini sono per strada, alcuni affacciati, altri chiedono cosa stia succedendo. Una donna chiede preoccupata, aggiungendo che ha un bambino di tre mesi.  Disponiamo il camion sotto la finestra. Il piano è il terzo e la tapparella del balcone è sollevata. Siamo in cinque a salire e tre di noi si mettono all’interno del gabbiotto che servirà per avvicinarci il più possibile al balcone.

Stefano è alla guida dell’autogru e il caposquadra da terra gli indica le coordinate di movimento.

Ci siamo, facciamo scendere la scaletta e scendiamo sul balcone. Chiamiamo Mario più volte. Sono preoccupato perché non so come sarà. Con gli altri miei colleghi entriamo in casa, continuando a chiamare. Lo troviamo subito.  E’ disteso sul letto, con solo i boxer addosso. E’ un ragazzo obeso e ha le cuffiette e sta ascoltando la musica. Si spaventa ma noi lo tranquillizziamo subito.

“Come stai  Mario?” “Stai tranquillo siamo qui solo per verificare che tu stia bene.” I tuoi familiari ci hanno chiamato perché non rispondevi al telefono e al citofono di casa. Stai tranquillo ora è tutto a posto. Siediti che ci parliamo un poco”.

Nel frattempo apriamo al medico e agli infermieri. Siamo intorno a lui, ci guarda stralunato. Ha i movimenti rallentati perché sappiamo che prende gli psicofarmaci. Mi domando chi sia lo psichiatra che l’ha in cura. Se sia giusto imbottire di farmaci un ragazzo così giovane. Se lo aiuta, essere così sedato. Io non sono un medico. Sono un ragazzo come lui e mi fa pena e rabbia vederlo così.

Il medico gli sta parlando e lo invita a uscire con lui. Lui non oppone resistenza, si alza dal letto e segue gli infermieri. Esce così com’è, con nulla addosso, a parte i boxer. Nessuno lo copre, un mio collega gli passa una maglietta appoggiata su una sedia, lui, però la sposta con le mani e dice solo “sento caldo”.

Annunci