GIOVANNI (racconto)

Il giorno in cui Giovanni fece uno strano sogno, decise di raccontarlo ai suoi amici. Omise di raccontare che, la sera prima, aveva assistito a una lite tra due barboni. Avevano entrambi messo il loro cartone vicino a una quercia nel parco della città, e se non fosse stato per un cane lupo randagio che passava di lì, sicuramente si sarebbero ammazzati di botte. I due erano anche alcolizzati e tutto era nato dall’ostinazione di entrambi di volere lo stesso posto per dormire. Lui, Giovanni, non si era intromesso. Sapeva bene che nulla li avrebbe distolti dalla loro ossessione per quel posto, anzi chiunque si fosse intromesso l’avrebbe pagata cara. Per fortuna il cane randagio, alla ricerca di qualche avanzo si avvicinò ai due litiganti rubando a uno dei due un avanzo di panino. Il proprietario accorgendosi, lasciò l’altro sventurato per rincorrere il cane. Giovanni si avvicinò all’altro malcapitato, grondante di sangue. Era pur sempre un dottore e poteva essere d’aiuto.  

 

“ Giovanni, ci sembri più taciturno del solito” disse Davide” Cosa ti succede?”

“Ho fatto uno strano sogno stanotte, mi ha disturbato più dei soliti che normalmente faccio”.

“Dai scarta la carta e raccontaci”

 

“Mi trovavo sotto la metropolitana la sera tardi, stavo aspettando l’ultimo treno che non arrivava mai. Ero solo sulla banchina quando da lontano ho visto un cane che si avvicinava sempre più, rabbioso e malconcio. Più si avvicinava e più cresceva in me la paura per quello che mi avrebbe potuto fare. Non avevo nulla da mangiare e il cane avvicinandosi ringhiava mostrando i suoi canini.

Il cane si avvicinava sempre più ed io sentivo colarmi il sudore sulla schiena quando dall’altoparlante della metropolitana una canzone mette in fuga il cane. Ero salvo e la musica che continuava.

Mi sono svegliato che ero tutto sudato, impaurito e poi quella canzone che continua ancora a cantarmi in testa e che mi fa impazzire, non saprei dire che cosa fosse ho solo in mente il motivetto e le parole non le ricordo, so solo che piaceva molto a mia figlia”.

 “Hai una figlia Giovanni?” chiese Giorgio.

“Sì, tanti anni fa, ora però non più”. Si alzò Giovanni e uscì di fretta dal bar. A nulla valse il richiamo degli amici, lui continuava a camminare”.

L’aveva detto, dopo tanti anni era riuscito a pronunciare la parola “figlia”. Lui medico famoso in un ospedale della città, si era trovato in quella situazione in cui mai nessun medico avrebbe voluto trovarsi. Operare la figlia d’urgenza. Quella sera di venti anni prima lui era di turno e quando lo avvisarono che stava arrivando una ragazza di diciassette anni coinvolta in un incidente stradale, lui aveva sentito un brivido, uno strano malore per tutto il corpo.

La ragazza era sua figlia. Tornando a casa con la bicicletta era stata travolta da un camionista. La bicicletta distrutta, la ragazza tra la vita e la morte. Bisognava salvarla da un’emorragia cerebrale.

Lui non poteva rifiutarsi di operarla, perché c’era l’urgenza e nessun altro chirurgo a disposizione. La figlia gli morì sotto gli occhi pochi minuti dopo essere entrata in sala operatoria. Tutto era stato inutile.

Dolore infinito per lui, per la moglie. In pochi minuti era stata distrutta una famiglia.  La moglie non si riprese più e fu ricoverata in una clinica e lui abbandonò tutto e si ritrovò sulla strada. Non rimaneva più nulla di loro e lui desiderava solo non essere riconosciuto. Desiderava essere dimenticato e dimenticare, ma questo non fu mai possibile.

 

Quel sogno e quella canzone tornava prepotentemente ogni sera e lui non capiva cosa potesse significare e come si poteva salvare.

Forse era quella la speranza, ricordare perché un dolore grande per quanto si possa fuggire è dentro di noi per sempre.

Quella canzone piaceva a sua figlia e la cantava felice. Tutto quello che era successo, era stato indipendente dalla sua volontà, certo il senso della vita ti cambia dopo un’esperienza così ma allora che fare? Uccidersi può essere una soluzione ma se non ce la fai se non hai il coraggio per farlo, forse bisogna solo continuare a vivere, andare avanti e confondere la propria vita con quella degli altri.

Giovanni il giorno dopo, tornò al bar, dai suoi amici a giocare a carte.Immagine

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