Quella volta che la luna sbarcò a casa nostra

Quando ero bambina, andavo a letto dopo Carosello e come me, la maggior parte dei bambini.
Così anche la sera dello sbarco sulla luna a letto regolarmente ma, sveglia alle quattro del mattino, per assistere a qualcosa di veramente nuovo e unico.
Babbo ci svegliò nel cuore della notte, stava per succedere qualcosa di importante, per dormire c’era sempre tempo.

Era il 21 luglio 1969, in Italia le 4,57. Milioni di occhi davanti allo schermo, milioni di occhi da tutte le parti del mondo. Tutti contemporaneamente a guardare qualcosa di realmente fantastico.

Era ancora buio, noi in cucina con la luce accesa, intorno al tavolo, davanti all’unico televisore in bianco e nero.
Babbo a capotavola che ci raccontava qualcosa nell’attesa che qualcosa succedesse.
Era in fibrillazione e trasmetteva a noi bambini forti emozioni “Rendetevi conto che l’uomo sta per toccare la luna, …to c ca re la luna”, disse scandendo bene le parole, guardandoci con lo stupore che è tipico dei bambini.
La luna, la stessa che d’estate si riusciva a vedere bene, con tutte le sue ombre che me la rendevano un poco triste.

Apollo 11, così si chiamava il veicolo spaziale, poi tanti altri apollo, ma meno importanti.
Partenza Base di Huston del 18 luglio. Tre giorni dopo lassù, in quel mondo misterioso, sconosciuto.
Neil Amstrong e Edwin Aldrin gli astronauti.

Noi intorno al tavolo, bocche, nasi e occhi sospesi, mentre l’Apollo 11 si posa felicemente sulla luna.
Thump.
Forte emozione.
Il momento culminante però è quando aperto lo sportello del veicolo spaziale, compare Amstrong. Inizia la sua lunga e lenta discesa da quella scaletta che separava il piede dell’uomo dalla luna. Mentre scende commenta ciò che vede con quella voce distorta, lenta. Tutto è rallentato.

Amstrong finalmente ai piedi della scaletta, un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigantesco per tutti noi che guardavamo.
Thump.

Amstrong e ali al posto di stivali.
Thump.

Sentivamo un eco che si ripercuoteva su tutta la crosta lunare.

Thump.

Poi la volta di Aldrin. Quel suono delle loro voci dentro quegli enormi caschi, un suono distorto lontano.
Fluttua Amstrong, fluttua Aldrin.

A noi bambini sembrava tutto magico. Una favola. Poi però abbiamo tanto sonno e si torna a dormire. Si sognano la luna, le voci, quei caschi, quei piedi che hanno le ali e quella bandiera dimenticata in quel mondo misterioso e lontano.

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