IL PARADISO (racconto fantastico)

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Io non abito la mia casa, la vivo. Vivo una casa di 450 mq.

Vivo perché non esco mai da essa. Non ne ho bisogno, il mio mondo è tutto lì.

Possiedo anche un giardino per quando voglio prendere una boccata d’aria, un po’ di sole e anche la pioggia. Il mio giardino è splendido, ci sono piante e fiori provenienti da vari continenti. Non mi manca nulla. Non ho bisogno di viaggiare, di conoscere. Io so.

Vivo in questa casa ormai da 10 anni. Gli anni più belli della mia vita e tanti ancora ce ne saranno. Il presente e anche il futuro è mio.

Fin da ragazzina ho sempre sognato il paradiso in terra. I miei genitori parlavano del paradiso dopo la morte ed io ho desiderato il paradiso, comunque. Il paradiso, dicevano, si conquista solo ed esclusivamente comportandosi bene, amando il prossimo, porgendo l’altra guancia, dimenticandosi di se stessi per l’altro. Io, bambina, ascoltavo, tacevo, eseguivo. Ero dolce, accondiscendente, mummificata al volere degli adulti, quella storia del paradiso mi aveva colpito. Il paradiso, un posto dove si è felici veramente, dove non si fa nulla, dove ci si sente meravigliosi, in pace con se stessi, dove la gioia e la serenità sono la normalità.

Bastava così poco in fondo, essere buoni e accondiscendenti. Ma io non volevo aspettare, non volevo aspettare di morire per godere di tutto questo. Volevo provare, verificare prima.

Ho frequentato le scuole dalle elementari sino all’università dando il meglio di me stessa. Non mi ponevo domande, non mi stancavo, non mi lamentavo. Studiavo sempre tanto e la notte mentre dormivo la mia testa continuava a funzionare, ripetevo ciò che avevo studiato il pomeriggio, ciò che avevano spiegato i professori a lezione.

Mi sono laureata col massimo dei voti e in anticipo di due anni rispetto la norma. Avevo fretta di verificare il paradiso.

Ero orgogliosa di me stessa, di un’intelligenza superione la norma. Non ero niente male come donna ma, quando si è così intelligenti sai che chi ti gira intorno è affascinato-spaventato dal genio quale tu sei. Un genio si, ero un genio.

Avevo un progetto da realizzare e perseveravo in quella direzione superando tutti gli ostacoli che mi si presentavano. Terminata l’università mi hanno cercata subito. Dirigente di un’industria del nord, con uno stipendio interessante e tanti collaboratori che lavoravano sotto di me.

Dire che li utilizzavo non sarebbe corretto, pretendevo da loro né più né meno ciò che chiedevo a me stessa. Non mi curavo di loro, della loro vita, non aveva molta importanza per me. Li gratificavo con uno stipendio ottimo e il resto erano affari loro.

La sera rientrando nella casa dove allora abitavo ripensavo a ciò che avevo fatto e provavo un gran senso di soddisfazione, mi congratulavo con me stessa, mi adoravo.

In pochi anni avevo guadagnato tanto da poter pensare alla casa dove avrei vissuto il resto della mia vita.

Mi occupai personalmente del progetto di ristrutturazione della casa dove avrei vissuto, il mio paradiso, non avevo bisogno di nessuno se non poi di un’impresa edile per la sua realizzazione.

Decisi di comprare casa in città, al centro, vendevano 4 appartamenti due al primo piano e due al piano terra, circondati da un giardino sufficiente per il mio progetto paradisiaco.

Un anno di duro lavoro per tutti ma n’è valsa la pena e il risultato, paradisiaco!

Quando è giunto il giorno decisivo, mi sono licenziata dall’azienda dove avevo lavorato, salutato i pochi amici conosciuti, ho aperto la casa dove avrei vissuto, richiuso con doppia mandata e gettata la chiave nel cesso del bagno.

Un appartamento l’ho stipato di viveri necessari al mio sostentamento, per lo più scatolame e conserve e quant’altro. Non mangio molto, mi basta poco e per gli alimenti freschi avevo provveduto in modo diverso. Una volta la settimana arrivava da un negozio “in” del centro insalata e carne fresca, depositata in portineria. La portinaia, mi riforniva di ciò che avevo ordinato. Avevo fatto in modo che potesse entrare da una porticina del giardino, lasciasse il tutto sulla soglia e richiudesse poi con la sua chiave.

Ora potevo vivere il mio paradiso. Ero felice, realizzata e tutto per mio merito.

I primi giorni sono stati vissuti come in un sogno, ero euforica e incontenibile nella mia gioia.

Passavo da una stanza all’altra godendo d’ogni angolo, d’ogni anfratto o piccolo particolare del mio paradiso. Rimanevo ore ad ammirare gli affreschi alle pareti e sul soffitto. Nature vive affollavano la mia casa in modo armonico. Paesaggi con stagno, pergolato di glicine, la finestra sul lago, paesaggio con architettura, la veranda sul giardino con fiori dai mille colori, putti con vasi di fiori, fiori ovunque insomma. Ogni stanza al pianterreno si apriva sul magnifico giardino arredato d’ogni comfort, panchine all’ombra di piante secolari, prato all’inglese che tagliavo personalmente, quando la crescita eccessiva mi ostruiva il passaggio. L’unica fatica che mi concedevo e che mi procurava gioia. Gioia nel constatare le mie capacità di saper fare qualsiasi cosa.

Ero così orgogliosa di me stessa che avevo iniziato a lodarmi ad alta voce, mi complimentavo, mi adoravo, mi amavo follemente. Io ero il mio paradiso. Io vivevo il paradiso che ero.

Ero così pienamente soddisfatta di me che desideravo immortalarmi in qualcosa.

Mi sarei scolpita una statua tanto mi stimavo.

Una statua certo e chi meglio di me avrebbe potuto rappresentarmi in tutta la mia magnificenza?

Così feci una lista del necessario e la lasciai sulla soglia del giardino. La portinaia avrebbe badato a farmi avere il necessario per la mia creazione.

Lavorai, giorno e notte, riposandomi solo quando stremata dalla stanchezza non riuscivo ad andare avanti nel lavoro. Dopo solo un mese e mezzo vidi realizzata la mia statua e lo spettacolo che ero diventata.

Volevo però che godere di tale bellezza non fossi solo io e così chiesi alla portinaia di non chiudere più con la chiave e di lasciare pure entrare chi avesse voluto ammirare il mio giardino e soprattutto la mia statua meravigliosa, senza però violare la mia privacy.

Si sa come sono le portinaie, non se lo fece dire due volte e una volta il giorno il mio giardino accoglieva un gruppetto persone curiose. Credo ci guadagnasse, il mio giardino era diventato famoso grazie alla sua lingua. A me interessava solo ammirassero tanta bellezza.

Rimanevo nascosta dietro i vetri della mia casa e li osservavo attentamente, mentre curiosavano nel mio giardino. Godevo quando si soffermavano davanti alla mia statua. Le loro espressioni compiaciute, i gridolini che faticavano a trattenere, il loro incanto, il tempo passato davanti alla mia statua, provocavano in me che li guardavo una sorta d’orgasmo intellettuale mai provato fino allora.

Passava il tempo e ogni giorno alla stessa ora, visitavano il mio giardino, piccoli gruppi di persone.

Alcuni di loro erano davvero entusiasmati ed entusiasmanti nelle loro espressioni, tavolta colorite, pittoresche, folkloristiche, ma bastava una frase o una parola nuova per farmi provare il piacere della prima volta, finché comincia a soffrire di crisi d’identità.

La mia statua rimaneva sempre uguale, mentre io invecchiavo e non riconoscevo più la statua che mi rappresentava.

Ciò che inizialmente e per lungo tempo aveva provocato in me piacere, stava diventando sofferenza.

Decisi così di distruggerete la statua; se dovevano adorare qualcuno che adorassero me. Così ogni giorno, sempre alla stessa ora e per un’ora, presi il posto della statua.

“Sono qui, tutti i giorni e per un’ora il giorno, puoi guardare ogni più piccolo particolare di me, sono il tuo paradiso in terra, mi puoi ammirare e godere solo della mia vista senza mai sfiorarmi”

 

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