LA TELA DEL RAGNO (Fantascienza?)

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Non mi domando mai perché, so di doverla fare e la faccio.
Abito la mia ragnatela che non è quasi mai la stessa del giorno prima e a volte nemmeno quella di un’ora prima.
L’ho creata tra un palo e un albero, ad un incrocio si sta freschi, oddio a volte forse troppo. Se tira vento è tutto un ondeggiare. Piacevole? Mi lascio cullare e mi addormento.
A volte il vento è terribile, talmente forte che spazza via me e la mia tela. Mi ritrovo così spiaccicato o all’albero o al palo.
Quando è l’albero ad ospitarmi sono più felice. Mi rintano in un buco e aspetto che arrivi un tempo migliore. Ma quando si tratta del palo! Sto male solo a pensarci. E’ tutto uno scivolare giù, non c’è appiglio nemmeno a pagarlo. Poi è talmente freddo. Scivolo lentamente, sempre più giù sino a terra rischiando di essere calpestato da bimbi o donne affaccendate. In questi momenti sinceramente non so cosa sia meglio. Poi però a terra, pian piano ritrovo la forza, trovo qualcosa su cui arrampicarmi e via verso l’alto. Ritrovo il mio albero e tutto inizia nuovamente che ne va della mia vita!

Il mio problema è proprio quello di farmi vedere solo da chi mi interessa. Mosche, zanzare, piccoli insetti, api e vespe le preferite. Sono un tipo solitario, ho la bavetta da coltivare, serve per le mie stanze e le prede.
Non ho scelto un albero qualunque, ma un fico.
Un fico come il mio avrà almeno cent’ anni. L’ho sentito dire dagli uomini che gironzolano dalle mie parti. “Le sue radici si espandono velocemente difficile estirparle. Anche se le tagliamo ricrescerà”.
Estirpare il mio albero? Ma questi sono tutti matti. Vogliono sempre estirpare qualcosa. Per cosa poi? Che fastidio può dare?
I suoi frutti sono dolcissimi, un’ombra meravigliosa in estate e in inverno la neve sui rami rende l’albero gradevole alla vista. Boh! questi uomini non li capirò mai. Una volta ho sentito dire che le radici vanno in profondità (e dove devono andare?) e può essere pericoloso (per cosa?).
Vogliono estirpare anche me e sì che ho imparato a costruire la mia tela là dove nessuna testa può rimanere incastrata che delle teste è difficile farne bozzolo! (anche se a dire il vero di alcune…)
I frutti appunto sono così dolci che attirano un sacco di insetti. Sto vicino a una vasca, le api vanno a bere, non mi vedono e tac, intrappolate.

Sono uno intelligente io. Aspetto in cima, ho pazienza, perché so che alla fine qualcosa arriva.
Certo capita a volte che io debba fare e rifare casa anche cinque o sei volte il giorno, specialmente se ci sono bambini in giro. A dire il vero una bimbetta ogni tanto mi viene a trovare. Si ferma e mi guarda. Si incanta, è un po’ strana, è capace di stare lì ferma col naso in su ad osservarmi. Non è cattiva, forse quel tanto che non guasta, almeno per meho capito, vuole sapere come fo a fare la tela.
Ogni tanto rompe il filo che lega la mia tela all’albero o al palo. Però mi procura tanti insetti, sa farsi perdonare e io a dargli dimostrazione della mia bravura.
Osserva la tela incantata, è amica mia, si è affezionata, rimane lì e mi osserva. Io per me faccio il mio lavoro, niente più.

Non posso perdere tempo che ne va della mia vita!

Allora dicevo, la bimbetta a guardarmi, mi osserva attentamente anche quando sto fermo e non fo nulla. Gli insetti non sono mica stupidi e non volano tutti belli nella mia tela. Ma la bimba a volte la vedo curvarsi a terra, cercare qualcosa. In quel cortile di cose buone ce ne sono tante, ho capito cosa cerca.
Si avvicina a un buco, un formicaio e senza titubare raccoglie una o più formiche,quando non decide di affogarle con la pompa dell’acqua attaccata alla vasca. Apre il palmo della mano e guarda. Poi sembra decidere per una, liberando le altre che cadute a terra, velocemente come impazzite cercano la loro casa.
Eccola avvicinarsi alla mia tela, sembra soddisfatta. Guarda nuovamente la sua mano e con l’altra prende tra pollice e indice la formica. Delicatamente. Guarda la tela, controlla la formica e poi velocemente la lancia verso quei fili che mi sono tanto cari. Aimè lancio non riuscito, la formica cade a terra, salva.
La bambina non rinuncia, decisa si curva nuovamente a terra ed ecco un’altra formica nella sua mano. Questa volta si avvicina e la vedo bene. Ma quanti capelli ha? Lisci come l’erba è tutta rossa come un tarocco talmente è impegnata in questa faccenda. Eccola è pronta per un altro lancio. Lancio si fa per dire, è talmente vicina ora. Non vuole sbagliare. Parte il braccio, parte la mano. Finalmente la formica è lì, intrappolata. Ora la bambina aspetta tocca a me.
La formica è viva, si agita, sento la tela vibrare e io sono pronto per lo scatto. Qualche secondo e sono su di lei. Prima le sputo addosso un po’ di anestetico, non riesco a lavorare se si agita tanto, poi con la mia bavetta comincio ad arrotolarla ben bene in un bozzolo. Alla fine la formica non la riconosci. Io so!
Finito il lavoro, tutto soddisfatto torno su in cima, in attesa di nuove prede. Per mangiare c’è sempre tempo. Prima incamero, poi con calma…

Speriamo che la tela tenga almeno sino a domani. Diversamente inizierò tutto daccapo, che ne va della mia vita!

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LUGLIO (col bene che ti voglio)

Quando scrivo poesia, tendo a sintetizzare e il risultato mi da sempre una certa soddisfazione

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Guardo la luna,

di giorno veste sempre di bianco.

Gli occhi fuggono il sole

rincorrendo una piacevole ombra.

Cammino svagata

come quando non succede nulla

e sorrido quel tanto  che mi basta:

non penso ai sassi buttati

al muschio che convive sotto

 Leggera quel  tanto che basta

per sollevarmi da terra

stiro tutto di me

e mi allargo in un sorriso

 

 

TAMMURRIATA NERA ( brevissimo da vita)

Il posto dove si soggiornava di più da ragazze era il bagno. Ci piaceva mentre ci si lavava, parlare, cantare e soprattutto scherzare. Solo qualche anno prima il bagno era una tinozza di plastica e il cesso fuori in cortile.
Mia sorella ha un carattere chiuso,non siamo mai andate molto d’accordo, ma io riuscivo e riesco ancora , a farla ridere. Il nostro pezzo forte era ”Tammurriata nera”.

Allora la cantava la Nuova Compagnia di canto popolare”…Io nun capisco a vvote che succede…” alle parole accompagnavamo visi deformati da espressioni buffe. ”…niro niro cumma a te…”, questa era la frase che scatenava in noi una risata incontrollabile, un insieme di gorgheggi, stavamo male dal ridere,lacrime e lacrime di puro divertimento, era quello uno dei momenti in cui ci sentivamo più unite.

Noi due così diverse avevamo trovato qualcosa che ci univa anche se per poco. Ci guardavamo riprendevamo a cantare ”…sèee vota e gira sèe vota e gira sèee, Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono,  ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro,  chillo, o fatto, è niro, niro, niro, niro comm’a che!” ” e riprendevamo a ridere. Oramai non riuscivamo più a cantare, a parlare e nemmeno guardarci.

Poi, pian pian ci riprendevamo, uscivamo dal bagno e ricominciavamo la nostra vita.

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Quella volta che la luna sbarcò a casa nostra

Quando ero bambina, andavo a letto dopo Carosello e come me, la maggior parte dei bambini.
Così anche la sera dello sbarco sulla luna a letto regolarmente ma, sveglia alle quattro del mattino, per assistere a qualcosa di veramente nuovo e unico.
Babbo ci svegliò nel cuore della notte, stava per succedere qualcosa di importante, per dormire c’era sempre tempo.

Era il 21 luglio 1969, in Italia le 4,57. Milioni di occhi davanti allo schermo, milioni di occhi da tutte le parti del mondo. Tutti contemporaneamente a guardare qualcosa di realmente fantastico.

Era ancora buio, noi in cucina con la luce accesa, intorno al tavolo, davanti all’unico televisore in bianco e nero.
Babbo a capotavola che ci raccontava qualcosa nell’attesa che qualcosa succedesse.
Era in fibrillazione e trasmetteva a noi bambini forti emozioni “Rendetevi conto che l’uomo sta per toccare la luna, …to c ca re la luna”, disse scandendo bene le parole, guardandoci con lo stupore che è tipico dei bambini.
La luna, la stessa che d’estate si riusciva a vedere bene, con tutte le sue ombre che me la rendevano un poco triste.

Apollo 11, così si chiamava il veicolo spaziale, poi tanti altri apollo, ma meno importanti.
Partenza Base di Huston del 18 luglio. Tre giorni dopo lassù, in quel mondo misterioso, sconosciuto.
Neil Amstrong e Edwin Aldrin gli astronauti.

Noi intorno al tavolo, bocche, nasi e occhi sospesi, mentre l’Apollo 11 si posa felicemente sulla luna.
Thump.
Forte emozione.
Il momento culminante però è quando aperto lo sportello del veicolo spaziale, compare Amstrong. Inizia la sua lunga e lenta discesa da quella scaletta che separava il piede dell’uomo dalla luna. Mentre scende commenta ciò che vede con quella voce distorta, lenta. Tutto è rallentato.

Amstrong finalmente ai piedi della scaletta, un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigantesco per tutti noi che guardavamo.
Thump.

Amstrong e ali al posto di stivali.
Thump.

Sentivamo un eco che si ripercuoteva su tutta la crosta lunare.

Thump.

Poi la volta di Aldrin. Quel suono delle loro voci dentro quegli enormi caschi, un suono distorto lontano.
Fluttua Amstrong, fluttua Aldrin.

A noi bambini sembrava tutto magico. Una favola. Poi però abbiamo tanto sonno e si torna a dormire. Si sognano la luna, le voci, quei caschi, quei piedi che hanno le ali e quella bandiera dimenticata in quel mondo misterioso e lontano.

IL PARADISO (racconto fantastico)

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Io non abito la mia casa, la vivo. Vivo una casa di 450 mq.

Vivo perché non esco mai da essa. Non ne ho bisogno, il mio mondo è tutto lì.

Possiedo anche un giardino per quando voglio prendere una boccata d’aria, un po’ di sole e anche la pioggia. Il mio giardino è splendido, ci sono piante e fiori provenienti da vari continenti. Non mi manca nulla. Non ho bisogno di viaggiare, di conoscere. Io so.

Vivo in questa casa ormai da 10 anni. Gli anni più belli della mia vita e tanti ancora ce ne saranno. Il presente e anche il futuro è mio.

Fin da ragazzina ho sempre sognato il paradiso in terra. I miei genitori parlavano del paradiso dopo la morte ed io ho desiderato il paradiso, comunque. Il paradiso, dicevano, si conquista solo ed esclusivamente comportandosi bene, amando il prossimo, porgendo l’altra guancia, dimenticandosi di se stessi per l’altro. Io, bambina, ascoltavo, tacevo, eseguivo. Ero dolce, accondiscendente, mummificata al volere degli adulti, quella storia del paradiso mi aveva colpito. Il paradiso, un posto dove si è felici veramente, dove non si fa nulla, dove ci si sente meravigliosi, in pace con se stessi, dove la gioia e la serenità sono la normalità.

Bastava così poco in fondo, essere buoni e accondiscendenti. Ma io non volevo aspettare, non volevo aspettare di morire per godere di tutto questo. Volevo provare, verificare prima.

Ho frequentato le scuole dalle elementari sino all’università dando il meglio di me stessa. Non mi ponevo domande, non mi stancavo, non mi lamentavo. Studiavo sempre tanto e la notte mentre dormivo la mia testa continuava a funzionare, ripetevo ciò che avevo studiato il pomeriggio, ciò che avevano spiegato i professori a lezione.

Mi sono laureata col massimo dei voti e in anticipo di due anni rispetto la norma. Avevo fretta di verificare il paradiso.

Ero orgogliosa di me stessa, di un’intelligenza superione la norma. Non ero niente male come donna ma, quando si è così intelligenti sai che chi ti gira intorno è affascinato-spaventato dal genio quale tu sei. Un genio si, ero un genio.

Avevo un progetto da realizzare e perseveravo in quella direzione superando tutti gli ostacoli che mi si presentavano. Terminata l’università mi hanno cercata subito. Dirigente di un’industria del nord, con uno stipendio interessante e tanti collaboratori che lavoravano sotto di me.

Dire che li utilizzavo non sarebbe corretto, pretendevo da loro né più né meno ciò che chiedevo a me stessa. Non mi curavo di loro, della loro vita, non aveva molta importanza per me. Li gratificavo con uno stipendio ottimo e il resto erano affari loro.

La sera rientrando nella casa dove allora abitavo ripensavo a ciò che avevo fatto e provavo un gran senso di soddisfazione, mi congratulavo con me stessa, mi adoravo.

In pochi anni avevo guadagnato tanto da poter pensare alla casa dove avrei vissuto il resto della mia vita.

Mi occupai personalmente del progetto di ristrutturazione della casa dove avrei vissuto, il mio paradiso, non avevo bisogno di nessuno se non poi di un’impresa edile per la sua realizzazione.

Decisi di comprare casa in città, al centro, vendevano 4 appartamenti due al primo piano e due al piano terra, circondati da un giardino sufficiente per il mio progetto paradisiaco.

Un anno di duro lavoro per tutti ma n’è valsa la pena e il risultato, paradisiaco!

Quando è giunto il giorno decisivo, mi sono licenziata dall’azienda dove avevo lavorato, salutato i pochi amici conosciuti, ho aperto la casa dove avrei vissuto, richiuso con doppia mandata e gettata la chiave nel cesso del bagno.

Un appartamento l’ho stipato di viveri necessari al mio sostentamento, per lo più scatolame e conserve e quant’altro. Non mangio molto, mi basta poco e per gli alimenti freschi avevo provveduto in modo diverso. Una volta la settimana arrivava da un negozio “in” del centro insalata e carne fresca, depositata in portineria. La portinaia, mi riforniva di ciò che avevo ordinato. Avevo fatto in modo che potesse entrare da una porticina del giardino, lasciasse il tutto sulla soglia e richiudesse poi con la sua chiave.

Ora potevo vivere il mio paradiso. Ero felice, realizzata e tutto per mio merito.

I primi giorni sono stati vissuti come in un sogno, ero euforica e incontenibile nella mia gioia.

Passavo da una stanza all’altra godendo d’ogni angolo, d’ogni anfratto o piccolo particolare del mio paradiso. Rimanevo ore ad ammirare gli affreschi alle pareti e sul soffitto. Nature vive affollavano la mia casa in modo armonico. Paesaggi con stagno, pergolato di glicine, la finestra sul lago, paesaggio con architettura, la veranda sul giardino con fiori dai mille colori, putti con vasi di fiori, fiori ovunque insomma. Ogni stanza al pianterreno si apriva sul magnifico giardino arredato d’ogni comfort, panchine all’ombra di piante secolari, prato all’inglese che tagliavo personalmente, quando la crescita eccessiva mi ostruiva il passaggio. L’unica fatica che mi concedevo e che mi procurava gioia. Gioia nel constatare le mie capacità di saper fare qualsiasi cosa.

Ero così orgogliosa di me stessa che avevo iniziato a lodarmi ad alta voce, mi complimentavo, mi adoravo, mi amavo follemente. Io ero il mio paradiso. Io vivevo il paradiso che ero.

Ero così pienamente soddisfatta di me che desideravo immortalarmi in qualcosa.

Mi sarei scolpita una statua tanto mi stimavo.

Una statua certo e chi meglio di me avrebbe potuto rappresentarmi in tutta la mia magnificenza?

Così feci una lista del necessario e la lasciai sulla soglia del giardino. La portinaia avrebbe badato a farmi avere il necessario per la mia creazione.

Lavorai, giorno e notte, riposandomi solo quando stremata dalla stanchezza non riuscivo ad andare avanti nel lavoro. Dopo solo un mese e mezzo vidi realizzata la mia statua e lo spettacolo che ero diventata.

Volevo però che godere di tale bellezza non fossi solo io e così chiesi alla portinaia di non chiudere più con la chiave e di lasciare pure entrare chi avesse voluto ammirare il mio giardino e soprattutto la mia statua meravigliosa, senza però violare la mia privacy.

Si sa come sono le portinaie, non se lo fece dire due volte e una volta il giorno il mio giardino accoglieva un gruppetto persone curiose. Credo ci guadagnasse, il mio giardino era diventato famoso grazie alla sua lingua. A me interessava solo ammirassero tanta bellezza.

Rimanevo nascosta dietro i vetri della mia casa e li osservavo attentamente, mentre curiosavano nel mio giardino. Godevo quando si soffermavano davanti alla mia statua. Le loro espressioni compiaciute, i gridolini che faticavano a trattenere, il loro incanto, il tempo passato davanti alla mia statua, provocavano in me che li guardavo una sorta d’orgasmo intellettuale mai provato fino allora.

Passava il tempo e ogni giorno alla stessa ora, visitavano il mio giardino, piccoli gruppi di persone.

Alcuni di loro erano davvero entusiasmati ed entusiasmanti nelle loro espressioni, tavolta colorite, pittoresche, folkloristiche, ma bastava una frase o una parola nuova per farmi provare il piacere della prima volta, finché comincia a soffrire di crisi d’identità.

La mia statua rimaneva sempre uguale, mentre io invecchiavo e non riconoscevo più la statua che mi rappresentava.

Ciò che inizialmente e per lungo tempo aveva provocato in me piacere, stava diventando sofferenza.

Decisi così di distruggerete la statua; se dovevano adorare qualcuno che adorassero me. Così ogni giorno, sempre alla stessa ora e per un’ora, presi il posto della statua.

“Sono qui, tutti i giorni e per un’ora il giorno, puoi guardare ogni più piccolo particolare di me, sono il tuo paradiso in terra, mi puoi ammirare e godere solo della mia vista senza mai sfiorarmi”

 

NONNA CARMELINA MORTA A CENT’ANNI

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Mia nonna è morta a cento anni, si è lasciata morire pochi giorni dopo il suo compleanno. Se n´è andata così in silenzio nel dormiveglia, quasi a dire ’’beh il tempo è scaduto, non ho più voglia di restare, sono felice, mi basta’’.
In vita ha fatto impazzire tutti, ma proprio tutti quelli che le giravano intorno. Ha comandato sempre, sino alla fine dei suoi giorni.
Ha perso il marito che era giovanissimo e allora aveva deciso di morire, non le importava dei figli, della vita, il suo mondo era finito, che si arrangiassero.
Si era messa a letto, che cosa poteva fare in fondo. Quattro figli da
mantenere, no, non ce l´avrebbe mai fatta!
Le sorelle a furia di ’’e ai tuoi figli non ci pensi!’’ ’’Dio ti punirà’’ la
costrinsero ad alzarsi da quel letto e tornare a lavorare.

Aveva un lavoro più che dignitoso per quei tempi. Bidella nell’unica scuola elementare di quel paese. Dico parliamo degli anni ‘30 circa.

Ha superato due guerre Carmelina, io so della seconda.
Si nascondeva sotto il letto quando iniziavano i bombardamenti e non c’era il tempo di andare al rifugio. I figli a dirle ’’andate sotto il letto (solo il voi allora – poca confidenza – prego) e a noi non pensate?’’
Nonna non lo faceva apposta, era più forte di lei, la paura se la
mangiava viva.

Andava a letto presto la sera e ancora più presto si levava la mattina.
Quante albe l’hanno vista china, a cucire sacchi da vendere al mercato nel paese vicino. Poi a svegliare le figlie, che era ora, sempre dietro a dormire …
E pensare che spesso erano solo le quattro del mattino.
Queste figlie nonostante tutto amavano la loro madre, despota, ma vera, pretendeva ma si dava con forza.
Carmelina aveva anche un figlio e con lui l´atteggiamento cambiava.
Era dolce, si faceva in quattro e lo assecondava in tutto. Cercava persino latte d´asina per allattarlo perché il suo seno non ne produceva abbastanza.
Chissà forse il bisogno di riscattarsi in qualche modo, il marito perso troppo presto!

Delle tre figlie due sono riuscite a sposarsi, anche se con gran fatica. ’’ Questo non va bene per te’’ ’’Quello è un lazzarone’’ ’’Questo è troppo giovane e quello e troppo vecchio’’ ’’Non vorrai prenderti uno stupido!’’ Anche per il figlio aveva avuto da ridere. ’’Ti sposi una bagassa’’ ’’ti ha stregato, a voi uomini basta farvi sentire l´odore…’’

Lina invece, non si è sposata (solo più tardi, molto più tardi, ma questa è un´altra storia).
Nessun uomo andava bene per lei, nonna la voleva in casa con lei e lei zitta, nonostante non fosse così docile non si ribellò mai (o quasi) e con nonna è rimasta sino alla fine dei suoi giorni.

Quando andavamo in vacanza da lei erano grandi feste. Noi eravamo i nipoti che arrivavano dal Continente e che non vedeva da tanto. Le feste però terminavano dopo due giorni, poi eravamo uguali a tutti gli altri. La gazzosa era la sua bibita preferita e a berla solo lei e noi per due giorni, poi acqua di fonte. Per mia madre invece sino alla fine della vacanza.

Me la ricordo senza denti. Riusciva però a mangiare di tutto. Le piacevano molto i dolci, la frutta di stagione, tutte le primizie, la carne e il pesce e tutti ad accontentarla.
A tavola portava sempre con se la pattada (un coltello a serramanico) col quale tagliava il cibo in piccoli pezzetti e masticava poi con le gengive.

Quando rideva, tutti a preoccuparsi, perché lei rideva di gusto e quando iniziava, sembrava non riuscire più a fermarsi. Tra le persone che la facevano ridere c´ero anche io, non so mi trovava molto buffa, forse.

Adorava alimentare il fuoco del camino. Con lei vicino, il fuoco era sempre vivo. Prendeva un tubo di ferro e ci soffiava dentro con forza. Poi guardava incantata lo scoppiettare delle fiamme. Era capace di passare ore e ore davanti al fuoco, ma aveva bisogno di qualcuno seduto vicino a lei.
Lei preferiva zio Luigi (il genero) e lo obbligava a stare lì. Anche in
silenzio.
Non è mai stata da sola se non per poche ore, sempre gente intorno, figli, nipoti, parenti stretti e alla lontana, vicini di casa e gente per caso. Tutti a trovare Carmelina.

Poi tutti a decidere che per il compimento dei cento anni si doveva fare festa grande. E così fu. E tutto il paese invitato e c´erano anche la figlia dal Continente e i suo figli.
Banda, messa, celebrazione in Municipio.
Nonna quel giorno era più piccola del solito, il suo foulard nero, la sua vestaglia nera (quel lutto per sempre), gli occhi vispi, attenti. Forse troppe emozioni quel giorno, tutto troppo. In fondo cosa aveva fatto?
Credo di aver capito perché è vissuta così tanto. Sicuramente era fatta di una stoffa indistruttibile, molte cose col tempo, aveva imparato a farsele scivolare da dosso,  una presa d’atto che la vita, spesso, va come deve andare ed è inutile farle la guerra.

 

 

Sono un’anarchica

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Saranno state le cinque del pomeriggio quando esordii dicendo ”ho capito cosa sono” ”sono un’anarchica”.

Mio marito era lì in mezzo alla stanza e, guardandomi con quegli occhi per i quali persi la testa qualche anno prima disse:

”Scusa?”.

”Non ti sembro un’anarchica?”

”…Be sì…” rimanendo in attesa di qualche parola in più, tanto da capire che cosa mi saltava per la testa.

”No, voglio dire io sono una persona libera, autonoma e rispettosa della libertà altrui, vero?”

”Sì, direi di sì…”. I suoi occhi lasciarono però subito dopo la mia figura per interessarsi a qualcos’altro, ed io? Ripresi a ragionare e a pensare che era proprio così ”Sì sono proprio un’anarchica”.

Insomma ero decisa ad andare avanti in questa mia idea.

Allora vediamo cosa dice il vocabolario al riguardo…pag.81 anarchico anarchia.

La prima definizione mi lascia perplessa, parla di disordine sociale …ecco questa mi piace: ”Dottrina e movimento politico sociale che intende sostituire ad un ordine sociale basato sulla forza dello Stato un ordine fondato sull’autonomia e sulla libertà degli individui” ma è perfetta!

Sì una perfetta utopia, adatta ad un’illusa come me.

Immagino un mondo abitato da uomini assolutamente liberi e rispettosi della libertà altrui…

Va be dai immagino il mio condominio che è meglio!

Il condominio dove abito è abitato da 16 famiglie. A dire il vero alcuni sono single o per meglio dire alcuni di questi sono anziani che vivono soli.

Nei condomini il problema è la civile convivenza, la tolleranza, il rispetto dell’altro… e se diventassimo tutti anarchici?

Quelli che abitano all’ultimo piano hanno il terrazzo, alcuni di questi hanno il gatto e altri il cane. Quelli che hanno il gatto si sono dovuti chiudere dentro perché i vicini non amano che il gatto gironzoli tranquillamente in casa loro. Come hanno risolto? Si sono chiusi dentro con una rete nera che circonda e chiude tutto il terrazzo, immagino che la luce fatichi ad entrare in casa loro. Ma se fossimo anarchici?

Niente più rete, il gatto libero di fare quello che gli pare …il problema è il cane… e se fosse anarchico anche il cane? Comincio a tentennare. Il cane però è vecchio e ammalato e … insomma così è la vita si nasce e si muore!

Quelli che abitano ai piani inferiori hanno tutti lo stesso problema: briciole sul balcone, fiori recisi, cicche di sigaretta, gocce d’acqua, oscuramento da panni stesi.

Siamo anarchici che problema c’è? Le briciole è cibo per passeri e piccioni (sporcano un pò ma cosa vuoi che sia!) i fiori fanno colore, le cicche di sigarette che ti costa buttarli! E i panni stesi? In alcuni momenti della giornata è bello avere un pò di penombra in casa!

Se la vicina ti suona e non hai voglia in quel momento di ricevere nessuno, le dici semplicemente che magari se passa domani è meglio e il bello è che non si offende.

Hai il balcone con tirati i fili per stendere, ma hai dovuto fare sei lavatrici per lavare tutta la biancheria e i fili della tua vicina sono vuoti, lei non c’è rientrerà l’indomani tu cosa fai? Ma stendi no! La vicina della vicina se fosse anarchica non ti direbbe mai “Lo sa che questi fili sono dei condomini che non hanno il balcone?” Ti lascerebbe fare e ti direbbe “ma la prego usi anche i miei di fili”

I bambini nel mio condominio sono pochi, noi per fortuna abitiamo al piano rialzato, e Dada e Ice (Ice non ancora) corrono e saltano e nessuno dice nulla.

Gli altri bambini? Se fossimo anarchici potrebbero saltare e correre e non ricevere la telefonata della simpatica novantenne del piano di sotto:

“Pronto mi perdoni, sono l’inquilina del secondo piano, per caso c’è una partita in corso?”

“No mi scusi sa è il compleanno di mio figlio e allora…il compleanno è una volta all’anno…”

“Cosa degli altri bambini?” “Credo che non succederà più se no la prossima volta chiamo i vigili!!” clic

…Se fossimo anarchici?.