S’ARAZIA

 

 

E’ quasi tutto pronto, Nennella fa mente locale sull’organizzazione della giornata e ripassa le ore a seguire concentrandosi sul da farsi.
La mattinata a pulire casa e a nascondere oggetti fuori posto o fastidiosi alla sua vista.
Tutto deve essere in ordine per quando arriveranno gli ospiti.
Tira fuori dall’armadio della sua camera il copriletto bianco ricamato a telaio, lo stende bene sul letto appiattendo eventuali pieghe e per finire passa il ferro da stiro per avere la perfezione alla vista delle persone, ma soprattutto alla vista di Salvatore, il quinto dei suoi figli che sta per sposarsi e che dovrà finire di vestirsi, all’arrivo del fotografo, proprio in quella stanza.
Le cugine, arrivate dal continente, sono pronte a dare una mano e hanno negli occhi e nelle orecchie una luce curiosa di chi vuole essere partecipe della festa.
Bonaria ramazza e lava il pavimento di cucina. A nulla valgono le sgridate di Nennella e di Rita per farla desistere dal suo continuo lavare, anche nei momenti meno adatti.
La voglia di partecipare è tanta, troppa, come le attese, tante, troppe.
Nennella, la sera prima, con l’aiuto di Rita, ha scelto due piatti di porcellana bianca, adagiandovi sopra coriandoli, frumento, riso, petali di rose, monetine, sale e caramelle. Serviranno per “s’arazia”, la grazia, la rottura del piatto ai piedi degli sposi. Ne prepara due perché uno dovrà romperlo ai piedi di Salvatore quando uscirà da casa sua e l’altro davanti agli sposi fuori dalla chiesa. E’ un rito al quale Nennella tiene molto, una scaramanzia, una buona fortuna, un augurio di abbondanza, equilibrio, benessere, dolcezza e amore.
Cose che si augurano a tutti gli sposi, ma il rito serve a rilevare, affermare, incidere.
Salvatore alle 15,30 è pronto, bellissimo nel suo frac corto. Il bastone in mano e il cappello a cilindro blu in testa. Sorride non solo con la bocca ma anche con gli occhi, il naso e le orecchie. Si sente bello, ed è bello veramente. La sua sposa gioirà per questo. E’ un giovane trentenne simpatico, Salvatore, vederlo abbigliato così serio pare strano. Lui desiderava tanto vestirsi così, elegante e impeccabile, perché questo è un giorno speciale da ricordare per sempre. Si fa fotografare in ogni posa, sorriso, gesto, passo, starnuto e respiro. Tutto deve essere documentato, fermato, impresso nella memoria.
Anche Nennella si è vestita e truccata di fresco. E’ bella come da tanto non si vedeva, e anche il rossetto rosa sulle labbra è adatto alla dolcezza del giorno.
L’abito di Nennella l’hanno scelto il marito e la figlia maggiore. Le cade bene sui fianchi e la illumina tutta, ma la infastidisce sul giro vita. Un vestito che non è costato poco, ma nella cucitura al rovescio, un bordino di stoffa le procura fastidio, la punge. Dovrà resistere, dimenticarsi di quel pizzico, non tutto può essere perfetto. Il nervosismo che le procura si mostra subito, quando ricerca i bicchieri per lo spumante da offrire ai primi ospiti venuti in anticipo.
Le cugine del continente cercano di starle alla larga e attendono un suo ordine prima di agire.
Pian piano, arrivano tutti quanti, eleganti nel vestito della festa. Si mischiano colori cangianti, setosi, allegri e luccicanti, abiti lunghi, lunghissimi e anche inguinali. Sandali alti, altissimi, impossibili da camminarci. Qualcuno osa la ciabatta, per la gioia di Nennella.
Scarpe nere, maschili, lucide, rigide, dolenti sui piedi, forse di un numero in meno.
Camicie bianche candide, lavate e rilavate di fresco e ben stirate, divertenti papillon, cravatte di seta azzurre, rosa, rosso fuoco, di ogni colore. Tanti i sorrisi sinceri, partecipi, alcuni stampati. Giovanissimi annoiati col telefonino sempre in mano. Piccolissime dame graziose nei loro vestitini. Cerchietti di roselline e braccialetti fioriti. Profumi inebrianti, ubriacanti.
Tutti pronti per il grande evento.
Gli invitati dello sposo sono pregati di uscire da casa, segue Nennella con il piatto de “s’arazia” e per ultimo Salvatore, sorridente e felice.
E’ il suo momento: fuori ad aspettarlo, occhi verdi, nocciola, azzurri e marroni puntati su di lui. Trepidano tutti, trepida Salvatore.
Nennella si avvicina allo sposo con il piatto e gli lancia coriandoli, frumento, riso, sale, petali di rosa, caramelline e monetine in grandi manciate, fa il segno della croce e gli stessi gesti li rivolge agli ospiti che applaudono felici.
Poi Nennella lancia con forza il piatto vuoto verso il basso, per terra.
Sorride Nennella, sorride Salvatore, sorridono tutti, ma il piatto non si rompe.

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Legata

 

Legata alla mia dignità e a quella dei miei figli sto qui con le mie colleghe, al centro dell’opinione pubblica, senza mangiare da due giorni e comincia a fare freddo seriamente. Stiamo vicine, un po’ per sostenerci a vicenda, un po’ per tenerci al caldo.
La fabbrica vuole chiudere, non può fare più nulla per noi, per i nostri figli, per le nostre famiglie. Noi, invece, vogliamo essere protagoniste e continuare a credere che questa grande fabbrica di provincia, che sentiamo anche un po’ nostra, ha ancora tanto da dare.
La maggior parte di noi è cresciuta qui dentro, ci siamo fatte donne, abbiamo condiviso tanti momenti insieme, nel primo caffè della mattina, prima di iniziare a lavorare: una battuta sulla notte trascorsa a fare l’amore, o ai figli che non lasciano dormire, alla cena con gli ex compagni di scuola, alla suocera che non ci lascia in pace, al fratello che presto si sposa o alla sola voglia di ridere prima di iniziare seriamente la giornata.
Poi, incontrarci in mensa, parlare anche dei problemi legati al lavoro, della macchina e del suo malfunzionamento che potrebbe causare danni alla produzione, anche se il capo dice che tutto è sotto controllo invece di ascoltarci. Decidere con alcune colleghe cosa fare in serata, se andare a ballare o passare prima al bar della Gina.
Quando ho iniziato, tanti anni fa, ero una ragazza, ero felice. Felice di aver raggiunto la mia autonomia, di potermi sposare con l’Alfredo, fidanzati da sei anni e sempre innamorati uno dell’altro ma soprattutto innamorati della vita. Perché così ci sentivamo da giovani, avevamo tanta voglia di fare, di guardare avanti, credevamo nei nostri ideali e sogni, pensavamo di realizzarli, grazie anche alla raggiunta autonomia economica. Perché è questo il nocciolo di tutto, solo con l’indipendenza economica, si possono realizzare sogni e progetti. Qualcuna di noi ha potuto continuare negli studi, chi si è laureata, chi ha potuto progettare un viaggio lontano, o chi ha potuto aiutare i genitori ormai anziani, o chi solo voleva divertirsi. Assaporare e vivere la propria libertà. Si era ottimisti e ben disposti verso gli altri.
Ora, sono qui, legata ai cancelli della fabbrica, con la gente che ci guarda mentre passa. Li invitiamo ad avvicinarsi, ad ascoltare ciò che abbiamo da dire, perché così la nostra protesta, ha voce e si amplifica. Respiro a fatica e la mia voce è rotta, ho parlato tanto in questi giorni, forse anche qualche sigaretta di troppo, per non dire delle interviste dei giornalisti o quelle in radio di qualche giorno fa, ma di queste siamo contente perché la nostra voce, la nostra protesta non è rimasta chiusa in fabbrica.
Ora sono qui, respiro, in questa mia valle così verde da dimenticare anche se per breve periodo tutte le fatiche affrontate e che ancora dovrò affrontare.
La fabbrica ha chiuso, nonostante la nostra protesta, che sì è protratta per mesi e si va avanti con gli aiuti dello Stato, ma che hanno una scadenza. Un nuovo lavoro, alla nostra età, qui, è difficile trovarlo, ma noi resistiamo, per le nostre compagne e per le loro famiglie, per i nostri figli e per la loro e nostra dignità.
Ora devo pensare un po’ anche me, a questa ferita che spurga ancora. Mi hanno detto che dopo l’intervento è normale, bisogna pazientare. Lo dicono a me? La pazienza e la determinazione sono state grandi compagne di vita, mi hanno solo reso più forte, anche se a volte non basta.
La voce mi sta tornando, è stato un periodo molto difficile, uno dei tanti, cerco di guardare avanti, come sempre, che a poco serve piangersi addosso.
Sono stata felice anni fa, voglio esserlo ancora e ho voglia di innamorarmi.
Con l’ Alfredo ho avuto tanti periodi felici, poi la fatica del campare ci ha incupito, ma bastavano un suo scherzo o una mia alzata di voce per ridere e ridimensionarci. Ci guardavamo come a prometterci che quel filo sottile ma forte che ci univa non si sarebbe mai rotto. E così è stato sempre, finché lui si è ammalato e ci ha lasciati.
Guardo avanti ma lo ricordo sempre e quando sto per cadere, lo ricordo più intensamente e rido dei suoi scherzi, all’amore che mi faceva quando non eravamo troppo stanchi, al nostro stringerci forte fino a soffocare, al piacere e all’unione che riuscivamo a creare.
Ora sono qui, legata stretta alla mia vita, ai miei figli, al mio paese così verde, con le montagne che ci abbracciano, alla gente un po’ chiusa ma sempre disposta a divertirsi tutti assieme, alle mie amiche con le quali a volte si parte per un bel viaggio e dalle quali non vorrei mai separarmi.

PICCOLA FILOSOFIA

L'immagine può contenere: nuvola, cielo e spazio all'aperto

 

 

Prendo e vado via

dove la luce obliqua delle stelle confonde

Mi bastano acqua di fonte, pane e  formaggio per vivere

e il cammino infinito vicino alla mia stanchezza

alle mani che incrocio

al giorno che ho visto filtrare una luce

e ho seguito il percorso

Le parole se accompagnate da un filo logico

si fermano, ti cullano, si riempiono rotonde

ti minacciano se colpevoli, sconosciute

Ma io non ho paura

chè il passo degli anni ha  segnato solchi profondi

dove mi abitano amori infiniti

C’è il tempo del fare che ancora mi appartiene

con la curiosità nel taschino a portata di mano

Ho ideali bucati cui mi arrampico perdutamente

Faccio a pugni ogni giorno,

la sconfitta  con me si è arresa

Eppure so che in fondo ad aspettarmi

troverò  l’ abbraccio di una bimba che mi somiglia

e un saltello a separarci da qui

Mio fratello

 

 

Mio fratello, lupo ferito

ulula alla luna e  schiaccia l’occhiolino

Mio fratello, scala le montagne

ferita dopo ferita.

Mio fratello cura il suo branco

con la forza  e il  coraggio,

intona un canto apache

e aspetta la rima,

fa la piroetta e fa la giravolta.

Mio fratello è uno spasso

un lupo che rotola veloce

cade e si rialza

cade e si rialza

cade e si rialza

mio fratello

 

leggerezza

 

Il perdono è roba da cristiani,

nella mia civiltà

guardo la pochezza d’uomo

il suo lancio di coriandoli, i fiumi di carezze,

la recita gentile

 

S o r r i d o  l e g g e r a

 

C’è stato un tempo dove il buio era un antro senza ossigeno

domande continue come tagli inferti gratuitamente

 

Amica, amico salvaguardiamo i bambini

e gettiamo in pasto all’ironia

l’umano che scappa all’impazzata fingendosi lepre

 

DI TERRA ISOLANA

sardegna-mirto-bacche

Di terra isolana porto radici di eucalipto

ombra di fico e ricovero di ginepro

Sono il biondo elicriso, la mora selvatica

lo sfiorato rosmarino, il colore di lavanda,

l’aroma di lentisco che si fa olio.

Sono l’intenso del mirto, la sughera dei boschi

l’arancio zafferano e il rossastro corbezzolo.

Maestosa come il leccio mi vesto della furia del vento

E oppongo la forza dell’ulivo.

Sono lo smeraldo del mare quando culla le sue coste

la nostalgia quando si è naufraghi e la sete

quando il pozzo è vuoto

Sono la vita che grida e la morte che rasserena

quando il cerchio fa il suo giro

PUNTO A CAPO

George-Mildred-2342

E non s’impara mai

è sempre un punto a capo

 

L’orma del tuo passaggio rimane

sotto suole di scarpe smesse

ché hai fantasie di carta velina

su cui scrivi di sogni, di albe,

di fiato perso dietro a un tramonto

C’è stato il tempo del raccolto e di lotte

che con la classe non c’entra nulla,

di pane e dogmi e traghettatori ironici

di nome George e Mildred

di corse in bicicletta e di rovinose cadute

sotto gli occhi del primo amore

che non ha ricambiato il tuo sguardo

e nell’angolo buio delle sue paure

voleva la prova del tuo amore

e tu solo cantare sulla sua bocca

e non chiedere scusa

e ti ha ucciso morendo di altro amore

 

E non s’impara mai

È sempre un punto a capo